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La gestione della gara di judo: gli aspetti psicologici dell’arbitraggio

09 Lug

judo referee Osservando un incontro di judo, ci rendiamo conto di quanto possa essere uno sport complesso. Il combattimento è caratterizzato da due avversari che cercano ognuno di prevalere sull’altro eseguendo delle tecniche e alternando, a seconda della situazione, le fasi in azioni successive di lotta in piedi o a terra. La vittoria viene assegnata in base ai diversi punteggi (Yuko,Waza-ari, e Ippon) che vengono ottenuti dal judoka e assegnati dall’arbitro dopo una proiezione o durante una fase di combattimento a terra. In alcuni casi, l’arbitro può anche decidere di non assegnare alcun punteggio se l’azione non è conforme allo standard per lo Yuko (punteggio minimo).  L’assegnazione del punteggio è chiara nella teoria del regolamento, ma meno nella pratica agonistica, questo perché arbitrare un combattimento di judo è un processo articolato e la situazione può essere difficile da interpretare. Le situazioni di proiezione sono particolarmente complicate da giudicare perché l’arbitro deve attribuire un punteggio per ogni azione utile, valutando il controllo, la forza e la velocità della proiezione. Questi giudizi vanno anche dati molto rapidamente perché l’azione può continuare a “terra”. Di conseguenza, può capitare che sebbene un arbitro assegni un Waza-ari per una determinata proiezione, altri ufficiali possano vedere la stessa azione come uno Yuko, e questo accade anche con l’uso del sistema elettronico di gestione gara (care system). A questo punto, possiamo porci due domande: 1) Per arbitrare bene è sufficiente conoscere il regolamento gara? 2) Cosa distingue un “arbitro” da un “ottimo arbitro”? Sebbene per arbitrare sia necessaria la conoscenza di regolamenti tecnici, essere un arbitro efficace è qualcosa di più complesso, che comprende anche un approccio psicologico. Sicuramente il ruolo dell’arbitro è molto delicato, questo perché non solo durante ogni combattimento deve saper prendere decisioni in modo rapido e competente ma viene spesso messo al centro di numerose polemiche. Per prima cosa, avere una approfondita conoscenza del regolamento permette all’arbitro di essere più sicuro nel prendere decisioni durante la gara, ma anche di mostrarsi competente nei confronti di atleti e allenatori, evitando le critiche verso il suo operato. Dato che l’arbitro durante ogni combattimento deve fornire continuamente valutazioni, prendendo decisioni sulla base del regolamento e di analisi soggettive delle informazioni, risulta chiaro come debba fornire una prestazione ottimale prolungata nel tempo utilizzando continuamente le proprie risorse mentali e personali. Alcuni studi, hanno identificato le caratteristiche fondamentali di un arbitro che sono comuni a tutti gli sport:

  • Coerenza
  • Capacità relazionali (rapporti con colleghi, coach, atleti)
  • Determinazione
  • Equilibrio
  • Integrità (morale)
  • Capacità di giudizio
  • Sicurezza

Quindi un arbitro per diventare “un ottimo arbitro”, oltre alle necessarie competenze tecniche deve anche possedere una buona padronanza di competenze psicologiche, che non sono innate ma che sono assolutamente allenabili. index La formazione tradizionale degli arbitri difetta per quanto riguarda la parte di preparazione mentale, infatti non è sufficiente conoscere il regolamento, bisogna anche saperlo applicare correttamente in situazione di gara e saper gestire la variabili presenti. A quella tradizionale, sarebbe utile affiancare una formazione di tipo psicologico che comprenda aspetti riguardanti ad esempio: la gestione del proprio ruolo, dello stress, dei rapporti, dell’attenzione, di elaborazione delle informazioni. La consapevolezza del proprio ruolo: essere consapevoli del proprio ruolo di arbitro, del proprio compito, di essere rappresentante di una federazione di cui si è parte e di valori etici riguardanti la sportività. L’arbitro con il suo comportamento dovrebbe assicurare che la sua integrità morale e la sua professionalità non siano mai messe in discussione. Inoltre, più si è consapevoli del proprio ruolo, delle proprie competenze e delle proprie capacità, più si è motivati e più si è un arbitro efficace. La gestione dello stress: spesso i Tornei di judo sono gare con molti partecipanti, che durano parecchie ore in una stessa giornata, con molto rumore intorno all’area di gara, poco tempo di pausa e in cui la stanchezza può farsi facilmente sentire. Il compito di arbitrare in se stesso e i possibili errori inerenti ad esso possono portare negli Arbitri ad una perdita di sicurezza, alta ansia, aumento dei livelli di stress[1] e di conseguenza a più frequente drop out/abbandono[2]. In poche parole, più si è stressati e più è facile sbagliare. La gestione delle relazioni: come comunica l’arbitro durante un combattimento di judo? Con i gesti, soprattutto, ma anche con la voce, quando assegna una valutazione o anche quando sanziona un atleta o un tecnico. Il modo in cui si comunica può esprimere sicurezza o al contrario incertezza nella valutazione dell’azione. Questo può far scaturire criticità e conflitti, che hanno un impatto negativo. L’arbitro sul tatami non è del tutto solo, ci sono i due atleti, ma anche i due coach al bordo e i colleghi al tavolo: come interagisce con queste persone? Saper contenere le situazioni difficili, come le contestazioni, saper collaborare richiede l’uso della comunicazione assertiva, che contribuisce a costruire un clima di rispetto reciproco. Essere assertivi è una competenza molto importante, ma non è innata, si apprende. La gestione dell’attenzione e della concentrazione: alcune azioni sono facili da valutare, ma altre no. Come l’arbitro decide il punteggio in una situazione “ambigua”? Come riesce n arbitro a prendere la decisione giusta nell’istante a disposizione? è difficile e dispendioso pensare con molta cura ad ogni singola decisione. Loro vorrebbero essere il più possibile corretti, ma a volte optano per delle “scorciatoie” cognitive come mezzo per raggiungere la correttezza di giudizio. Riuscire a mantenere la concentrazione e l’attenzione può diventare uno sforzo prolungato nel tempo in base al numero incontri da seguire, occorre, quindi, saper gestire al meglio questa capacità così da ridurre anche la possibilità di errore. La capacità di elaborazione delle informazioni e di decisione: arbitrare un incontro di judo è un complesso processo di decision-making (presa di decisione). La capacità di gestire molte informazioni assieme in tempi molto brevi è una dimensione importante per un arbitro. Abitualmente le persone dotate di questo tipo di competenza imparano rapidamente dalle situazioni e sono in grado analizzare più stimoli nello stesso tempo[3]. Questa capacità permette anche all’arbitro di poter prendere rapidamente una decisione circa il punteggio da assegnare alla proiezione, oppure se interrompere momentaneamente (“Matè”) l’azione. Supportato anche da una solida competenza tecnica, ciò permette all’arbitro di esprimere la propria valutazione anche con maggior sicurezza. L’intervento di allenamento mentale può essere strategico per l’arbitro, perché così come avviene per gli atleti, anche egli deve fornire una performance ottimale in un contesto di gara con molte variabili. È particolarmente importante per gli arbitri imparare a prendere le proprie decisioni sotto condizioni stressanti (ad esempio il rumore del pubblico o i commenti dell’allenatore) e ricevere feedback riguardo l’accuratezza della propria valutazione, escludendo eventuali fattori esterni di influenza. Nello specifico il lavoro dello psicologo può riguardare, ad esempio, la motivazione sia di chi intraprende per la prima volta l’esperienza di arbitro sia di chi arbitra già da anni, l’incremento dei punti di forza, la costruzione di un programma di formazione e di allenamento mentale specifici così da aumentare in maniera positiva l’approccio alle gare e la gestione dello stress e quindi migliorare la performance. In conclusione, Fiducia, Impegno e Orientamento al Miglioramento sono le tre parole chiave per iniziare un percorso di costruzione di competenze psicologiche che possono davvero fare la differenza.

dott.ssa Katya Iannucci, Psicologa e Coach

http://www.sportbusinessplus.wordpress.com

iannucci@ordinepsicologiliguria.it

Sitografia immagini: International Judo Federation e Judopedia [1] Taylor and Daniel, 1987; Anshel and Weinberg, 1995; Rainey, 1995a,b [2] Balch and Scott, 2007; Titlebaum et al., 2009 [3] A. Cei, “Quali competenze allenare nell’arbitro negli sport di squadra”

 
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Pubblicato da su 9 luglio 2015 in ARTICOLI JUDO

 

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